Gaetano Castrovilli in azione. <span>Foto SSC Bari </span>
Gaetano Castrovilli in azione. Foto SSC Bari
Cronaca

Augurio di malattia e morte alla famiglia Castrovilli: la SSC Bari prende posizione

La nota della società è una riflessione a voce alta sul delirio social e sulla cattiveria gratuita

Le parole scritte da un profilo (forse fake) su Instagram ed indirizzate alla famiglia di Gaetano Castrovilli, trequartista del Bari, hanno fatto il giro del web. La moglie Rachele Risaliti aveva fatto esplodere il caso preannunciando denuncia. Perché una cosa del genere, uno scritto così cattivo, parole così incommentabili non possono lasciare indifferenti. Non si sa ancora se provengano da un presunto tifoso (sic!) del Bari o da altra persona, ma quanto augurato alla famiglia Castrovilli è frutto di una mente che, quanto meno, ha bisogno di rieducazione ed aiuto.
In queste ore era arrivata la posizione netta dei compagni di squadra e di tantissimi sostenitori biancorossi e sportivi. Oggi è arrivata la nota della SSC Bari che riportiamo integralmente. Una riflessione a voce alta da leggere con attenzione. (Gianluca Battista)

«Abbiamo voluto prenderci del tempo.
Non per nasconderci e nemmeno per ignorare l'accaduto. Ci siamo presi del tempo per pensare, per valutare, per non atteggiarci a semplici "censori" che agitano il dito contro l'ennesima follia del web. Non volevamo che questa fosse solo un'altra nota ufficiale di condanna, fredda e di rito, che si perde nel rumore di fondo dei social. Volevamo che fosse una riflessione vera.
Ci siamo soprattutto chiesti: "Perché?". Abbiamo provato a capire. Abbiamo tentato di immedesimarci nel malessere, nella frustrazione per i risultati che non arrivano, nella delusione che il calcio – passione viscerale – può generare. Abbiamo cercato una logica, un appiglio che potesse spiegare tanta ferocia.
Ma non ci siamo riusciti.
E non ci siamo riusciti semplicemente perché non esiste una ragione valida.
Non c'è "ma" che tenga, non c'è giustificazione sportiva, non c'è "sì, però..." che possa rendere comprensibile l'augurare un cancro a un ragazzo, a sua moglie, ai suoi figli. Augurare il male, la sofferenza, il dolore.
Non si tratta di sport, di prestazione, di giocare bene o male.
Qui si tratta della Vita, di tutti noi. Quella sacra e intoccabile.
Viviamo in un tempo "urlato", un periodo storico difficile, dove la rabbia sembra essere l'unico linguaggio concesso.
E il calcio, purtroppo, è diventato la valvola di sfogo perfetta, il teatro dove la violenza verbale si traveste da passione.
Parliamo spesso di onore, di maglia sudata, del "sacro fuoco" del sacrificio sportivo. Ma poi?
Poi dimentichiamo il valore fondamentale: l'onore di essere Umani.
C'è un confine netto che è stato superato, strappato, come una maglia tirata troppo forte.
La contestazione è un diritto, come è un diritto quello di dissentire, di fischiare, di criticare, anche aspramente.
Noi questo lo accettiamo e lo rispettiamo, fa parte del gioco.
Ma augurare la morte, la malattia, la sofferenza a una famiglia... questo non è tifo. Questo è terrorismo emotivo.
Non ci si può nascondere dietro una tastiera pensando di essere invisibili. Le parole non sono mai "solo parole". Hanno un peso specifico enorme, sono pietre scagliate che lasciano lividi sull'anima, anche se non si vedono a occhio nudo. Scrivere certe atrocità non è un atto di libertà: è la negazione stessa dell'umanità.
Siamo vicini a Gaetano, a sua moglie, a suo figlio. E così a tutti i nostri ragazzi e a tutti quelli che, ogni giorno, si trovano a dover combattere contro un odio invisibile e tagliente.
Chiediamo a chiunque creda ancora che il calcio debba unire e non disumanizzare, di lavorare ogni giorno insieme a ognuno di noi per isolare e limitare chi pensa che una passione possa essere l'alibi per offendere e ledere la dignità altrui.
Ci indigniamo per tante cose futili e poi ci ritroviamo qui, a dover ribadire il valore della Vita stessa.
Il Bari è patrimonio di chi lo ama.
E chi ama non usa un linguaggio violento, non augura la morte, non perde il rispetto verso un altro essere umano».

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