“I tre fratelli”: il romanzo di Antonio Quagliarella ambientato a Minervino tra radici e memoria
L’autore: «Ricordare e conservare con cura un po' d’amore per la bellezza e i sentimenti di questa nostra terra»
giovedì 8 ottobre 2026
11.28
Un romanzo intenso e autentico che racconta il Sud, l'emigrazione, gli affetti familiari e il bisogno universale di trovare un posto a cui appartenere: sono queste le premesse de "I tre fratelli", il romanzo dell'autore andriese Antonio Quagliarella.
Ambientato a Minervino Murge, il romanzo richiama il valore delle radici, il peso delle assenze e la difficile scelta legata al futuro delle campagne di famiglia. Alla morte della madre, i tre fratelli tornano nel paese che avevano lasciato molti anni prima, per inseguire destini diversi. Li unisce il sangue, ma li separano silenzi, incomprensioni e scelte mai davvero condivise.
Quello che avrebbe dovuto essere un breve ritorno per sistemare un'eredità, si trasforma presto in un viaggio dentro la memoria. Lettere, oggetti dimenticati, segreti custoditi nel tempo e una terra sorprendentemente viva riportano alla luce la figura di una madre capace di amare senza giudicare e di tenere unita una famiglia che sembrava ormai dispersa. La vicenda è ambientata in un contesto vivo, fatto di ulivi, vigneti, mandorli e pascoli, che rappresentano simbolicamente un'appartenenza mai del tutto recisa.
Abbiamo intervistato Antonio Quagliarella, per approfondire le motivazioni che lo hanno spinto ad ambientare il libro a Minervino e per esplorare suo legame con le radici del Sud Italia.
Come è nata l'idea de "l tre fratelli" e qual è il tuo legame con Minervino Murge?
«Il brogliaccio di questo libro l'ho scritto qualche anno fa, forse in una esercitazione di un laboratorio di scrittura, lo collocai negli anni '70. Poi l'ho ripreso e l'ho rivisto con gli occhi di chi si trova in un nuovo avanzato secolo. Il lettore trova due caratteri di scrittura, quasi ad evidenziare le due estensioni nei tempi diversi. C'è la narrazione della migrazione passata e presente, la figura e l'importanza della donna, della mamma del Sud e anche del Nord, l'iniziale diffidenza per il nuovo e l'estraneo e poi l'accettazione di ciò che cambia. Ho dato risalto al valore ancora intatto che viene dato alla "terra", a chi la lavora e a chi cura i suoi frutti e li trasforma».
I temi del libro sono radici, emigrazione e bisogno di appartenenza. Quanto di questa storia proviene dalla tua esperienza personale?
«Cercavo il posto dove far vivere questa storia, poteva essere Andria, ma è troppo grande e forse tende troppo velocemente a mutarsi. Ogni anno ci torno dalle mie parti, quasi turista, non solo ad Andria dove i miei affetti ormai riposano in pace, ma anche dove posso rivedere posti lontani, suggestioni per la mia memoria. Per quasi sessant'anni l'ho girata tutta questa Puglia per famiglia e per lavoro, poi l'ho pensata da emigrante lontano. Ma una decina d'anni fa ci arrivai con una bella comitiva di amici lombardi e tutti agli ordini della "mia Donna del Nord" che ormai aveva assimilato con amore i miei ricordi pugliesi. Tutti incantati dalla campagna, i filari di ulivi, vigne e mandorle, pascoli ricchi e antiche masserie riportate alla signorile dignità che meritano. Soggiornammo in una di queste nella Murgia più bella. Nel programma, preciso "alla milanese", una sera per la cena arrivammo a Montegrosso, dove avremmo trovato un ristorante e uno chef-contadino, Pietro Zito che ci aprì la sua miniera di sapori, profumi e garbo, insomma c'era tanto della mia Puglia e i forestieri ne godettero parecchio. Ci incuriosimmo e il giorno dopo visitammo Minervino! Per tutti,un piccolo centro della Murgia barese, sconosciuto. Però c'era aria di un paese vero e quando al bar centrale scambiai chiacchiere con locali trovai i ricordi puntigliosi degli adulti e le aspettative accorate dei giovani. Nacque in quei momenti il posto giusto per far rivivere "I Tre Fratelli"».
Qual è il messaggio principale che vorresti rimanesse impresso nei lettori?
«Non posso immaginare l'effetto che potrà avere sul lettore, posso augurarmi che questo libro serva a ricordare e conservare con cura un po' d'amore per la bellezza e per i sentimenti di questa nostra terra. Sono proprio queste le cose che, quando parti, ti porti dietro per sempre».
Ambientato a Minervino Murge, il romanzo richiama il valore delle radici, il peso delle assenze e la difficile scelta legata al futuro delle campagne di famiglia. Alla morte della madre, i tre fratelli tornano nel paese che avevano lasciato molti anni prima, per inseguire destini diversi. Li unisce il sangue, ma li separano silenzi, incomprensioni e scelte mai davvero condivise.
Quello che avrebbe dovuto essere un breve ritorno per sistemare un'eredità, si trasforma presto in un viaggio dentro la memoria. Lettere, oggetti dimenticati, segreti custoditi nel tempo e una terra sorprendentemente viva riportano alla luce la figura di una madre capace di amare senza giudicare e di tenere unita una famiglia che sembrava ormai dispersa. La vicenda è ambientata in un contesto vivo, fatto di ulivi, vigneti, mandorli e pascoli, che rappresentano simbolicamente un'appartenenza mai del tutto recisa.
Abbiamo intervistato Antonio Quagliarella, per approfondire le motivazioni che lo hanno spinto ad ambientare il libro a Minervino e per esplorare suo legame con le radici del Sud Italia.
Come è nata l'idea de "l tre fratelli" e qual è il tuo legame con Minervino Murge?
«Il brogliaccio di questo libro l'ho scritto qualche anno fa, forse in una esercitazione di un laboratorio di scrittura, lo collocai negli anni '70. Poi l'ho ripreso e l'ho rivisto con gli occhi di chi si trova in un nuovo avanzato secolo. Il lettore trova due caratteri di scrittura, quasi ad evidenziare le due estensioni nei tempi diversi. C'è la narrazione della migrazione passata e presente, la figura e l'importanza della donna, della mamma del Sud e anche del Nord, l'iniziale diffidenza per il nuovo e l'estraneo e poi l'accettazione di ciò che cambia. Ho dato risalto al valore ancora intatto che viene dato alla "terra", a chi la lavora e a chi cura i suoi frutti e li trasforma».
I temi del libro sono radici, emigrazione e bisogno di appartenenza. Quanto di questa storia proviene dalla tua esperienza personale?
«Cercavo il posto dove far vivere questa storia, poteva essere Andria, ma è troppo grande e forse tende troppo velocemente a mutarsi. Ogni anno ci torno dalle mie parti, quasi turista, non solo ad Andria dove i miei affetti ormai riposano in pace, ma anche dove posso rivedere posti lontani, suggestioni per la mia memoria. Per quasi sessant'anni l'ho girata tutta questa Puglia per famiglia e per lavoro, poi l'ho pensata da emigrante lontano. Ma una decina d'anni fa ci arrivai con una bella comitiva di amici lombardi e tutti agli ordini della "mia Donna del Nord" che ormai aveva assimilato con amore i miei ricordi pugliesi. Tutti incantati dalla campagna, i filari di ulivi, vigne e mandorle, pascoli ricchi e antiche masserie riportate alla signorile dignità che meritano. Soggiornammo in una di queste nella Murgia più bella. Nel programma, preciso "alla milanese", una sera per la cena arrivammo a Montegrosso, dove avremmo trovato un ristorante e uno chef-contadino, Pietro Zito che ci aprì la sua miniera di sapori, profumi e garbo, insomma c'era tanto della mia Puglia e i forestieri ne godettero parecchio. Ci incuriosimmo e il giorno dopo visitammo Minervino! Per tutti,un piccolo centro della Murgia barese, sconosciuto. Però c'era aria di un paese vero e quando al bar centrale scambiai chiacchiere con locali trovai i ricordi puntigliosi degli adulti e le aspettative accorate dei giovani. Nacque in quei momenti il posto giusto per far rivivere "I Tre Fratelli"».
Qual è il messaggio principale che vorresti rimanesse impresso nei lettori?
«Non posso immaginare l'effetto che potrà avere sul lettore, posso augurarmi che questo libro serva a ricordare e conservare con cura un po' d'amore per la bellezza e per i sentimenti di questa nostra terra. Sono proprio queste le cose che, quando parti, ti porti dietro per sempre».